Mutilazioni genitali femminili: tra reato e tradizione


Secondo alcune ricerche effettuate dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS-WHO) in collaborazione con l’UNICEF e l’UNFPA, si stima che al mondo vi siano circa 130 milioni di donne che hanno subito mutilazioni genitali e che ogni anno ve ne vengano sottoposte due milioni. Nel 1995 l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS-WHO) ha elaborato la definizione convenzionale di “mutilazione genitale femminile” in base alla quale possono essere ritenute tali tutte le pratiche che comportano la rimozione parziale o totale degli organi genitali femminili esterni o altri danni agli organi genitali femminili, compiute per motivazioni culturali o altre motivazioni non terapeutiche”. In alcuni gruppi sociali di circa quaranta Paesi, dislocati soprattutto nell’Africa subsahariana, in Egitto e in alcune circoscritte regioni dell’Asia (Indonesia, Malaysia, Yemen, Emirati Arabi Uniti) per motivi tradizionali e socio-culturali vari, sono diffuse alcune pratiche di modificazione e aggressione degli organi genitali femminili, attraverso cui si attua una sorta di controllo sulla sessualità e sul corpo della donna. L’età delle persone di sesso femminile sottoposte a questo tipo di pratiche è tra i 4 e i 10 anni. In alcune comunità, si pratica prima del matrimonio, spesso in età adolescenziale, mentre in altre comunità diventa una forma di passaggio obbligato per diventare donna per cui è praticata alle fanciulle di 8 o 9 anni, come parte della cerimonia di “iniziazione”; in altre comunità viene effettuata ai primi anni di vita. La cosa più grave è che spesso queste mutilazioni genitali vengono praticate secondo riti tribali in condizioni igieniche non sterili, da persone che non possiedono una formazione ufficiale in ambito sanitario e con l’utilizzo di strumenti primitivi. Solo nelle aree urbane le MGF vengono talora praticate anche da personale sanitario e in ambienti sterili.

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Quello delle mutilazioni genitali femminili è un argomento molto complesso e che intreccia diversi fattori di carattere sociologico, giuridico, antropologico e sanitario. Alla base vi è la convinzione di migliorare la salute e lo status personale e sociale della ragazza o donna, in modo da assicurarle un futuro più prospero come moglie e come madre. Non sempre però chi la subisce ha un sentimento di acquiescenza o piena adesione. Il problema nasce quando un membro della comunità in cui la MGF è diffusa la rifiuta: allontanandosi dalle tradizioni del suo gruppo di appartenenza rischia di andare incontro ad ostracismo da parte degli altri o di essere vittima di influenze esterne.
In Italia la recente legge n. 7 del 2006, nonostante alcune incertezze interpretative, è riuscita a combattere questa pratica discriminatoria nei confronti delle donne immigrate(in particolare dai Paesi nordafricani) mediante l’introduzione di apposite norme penali (artt. 583 bis e ter c.p.) ed anche muovendosi sulla prevenzione, vale a dire andando ad eliminare fin dall’origine l’ignoranza dei propri diritti. Pertanto la normativa italiana si segnala come modello per le legislazioni di altri Stati per le scelte equilibrate in esse compiute nel cammino d’integrazione socio-culturale delle popolazioni provenienti da bacini culturali diversi da quelli occidentali. La legge 9 Gennaio 2006 n.7 ha scelto di adottare una norma ad hoc. L’art. 9 di tale legge ha infatti introdotto nel codice penale italiano due nuove figure di reato: “le mutilazioni genitali” (art. 583-bis comma 1° c.p.) e le “lesioni genitali” (art.583-bis comma 2° c.p.). 
L’aspetto che più colpisce dei nuovi reati è il loro rigore sanzionatorio: le pratiche di MGF sono oggi punite con pene tendenzialmente più gravidi quelle che sarebbero derivate dall’applicazione degli articoli 582 e 583 c.p. (lesioni dolose lievi, gravi e gravissime). Inoltre, la pena dei nuovi reati il più delle volte subisce l’aumento in misura fissa di un terzo previsto nel caso che il fatto sia commesso a danno di un minore (ipotesi molto frequente). Bisogna notare che, oltre alla rigorosa pena principale di cui sopra, l’art 583-ter c.p. (anch’esso introdotto dall’art.9 della legge 7/2006) “rincara la dose” prevedendo la pena accessoria dell’interdizione dalla professione qualora il reato sia stato commesso da un sanitario. Il legislatore della lg.7/2006, per punire le mutilazioni genitali femminili, ha messo in campo tutte le armi disponibili, e ciò è dato dalla motivazione culturale del fatto e non certo in una sua maggiore gravità lesiva.

Al momento non si ha notizia di MGF praticate direttamente nel nostro Paesementre si registra un numero sempre maggiore di immigrate provenienti da gruppi etnici tradizionalmente favorevoli a tali pratiche: in particolare, una ricerca del 1996 stima a 28 mila il numero di casi di donne, presenti in Italia, che avrebbero subito nel Paese d’origine una MGF. Al di là dei risvolti giuridici, la clitoridectomia ci pone davanti ad una scelta di tipo etico-morale, tra ciò che si può tollerare e ciò che si deve condannare. Quando il corpo si considera perfetto e quando mutilatoQuesto ruota attorno, purtroppo, al concetto di bellezza. La critica più ovvia che viene mossa contro la clitoridectomia è che si tratta di una pratica dolorosa, scarsamente igienica e che produce danni permanenti. Ma questo non può essere l’oggetto esclusivo della discussione. Le donne occidentali subiscono sempre più spesso pratiche dolorose per rispecchiare ciò che nella propria società rispecchia la bellezza. Quelle ragazze che subiscono intorno ai 13-14 anni una mutilazione genitale, sono considerate per tradizione adulte e acconsentono perché l’alternativa alle MGF sarebbe per loro ancora più dolorosa, sarebbe una vita fatta di solitudine, umiliazione e privazione.

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Ma quanto le nostre tradizioni, d’altro canto, creano analoghe distorsioni? Il problema della clitoridectomia è che colpisce il piacere sessuale, una necessità divenuta quasi diritto. Quel che non si nota è che forse la nostra società ha imposto limiti più grandi. Stupri, maltrattamenti, violenza sulle donne hanno limitato l’espressione sessuale delle donne.
É stato generato un “odio corporale” 
attraverso i canoni di bellezza occidentali che hanno solo favorito frustrazione e senso di inadeguatezza. Coloro che non rispecchiano tali canoni vivono il resto dell’esistenza con un senso di fallimento. Secondo alcune femministe questi fenomeni producono «conseguenze devastanti sulla vita sessuale delle donne». Forse, quindi, la nostra società non è così capace di dare alle donne la possibilità di provare piacere sessuale maggiore rispetto alle donne che subiscono una MGF. La differenza è data dal fatto che la clitoridectomia è volta intenzionalmente a produrre un danno alla sfera sessuale femminile. L’assunzione implicita in questi argomenti è che, se non vi fosse una barriera psicologica al godimento sessuale, la vita delle donne potrebbe migliorare. Il pensiero degli uomini che praticano le MGF è questo: la mutilazione elimina la corruzione in quanto i desideri sessuali delle donne attenuandosi, le rendono più caste e madri meritevoli. L’atteggiamento verso la sessualità compie un notevole sbaglio nel suo scopo sociale: usare il sesso come mezzo per assoggettare le donne privandole della possibilità di partecipare alla società da pari a pari. La clitoridectomia è l’ennesimo mezzo utilizzato per opprimere le donne e per vederle come produttrici di bambini. 
Il problema con la clitoridectomia è quindi di natura socio-politica.

Ciò che dovrebbe considerarsi riprovevole, è la forma di oppressione presente in tutte le tradizioni esercitata sulle donne affinché, le stesse, si trovino limitata la capacità di competere per le risorse sociali e politiche” (Michael Walzer). Ciò che si osserva è che si evidenzia la distanza tra la clitoridectomia e le nostre convinzioni ritenendola primitiva e disumana per il solo scopo di tacere sulla considerazione della donna nella nostra società.

Giuseppe Marcario

Fonti: Pasquinelli, C., Antropologia delle Mutilazioni Genitali Femminili, AIDOS, 2000; Unicef, Female Genital Mutilation/Catting, Statistical tables, 2006; WHO, Female Genital Mutilation. Porgrammes to Date: What Works and What doesn’t, Ginevra,1999; Tola, V., G. Scassellati, Mutilazini Genitali Femminili, dimensioni culturali e problematiche socio assistenziali, Poletto editore, 2001; Ciminelli M., “Le ragioni culturali delle mutilazioni genitali femminili: note critiche sulla definizione di MFG dell’OMS/WHO”, La ricerca Folklorica, 46 (2003).