|Cinema| C’era una volta in Anatolia. Forse, c’era una volta il cinema.


Sono stata al cinema questa settimana, per guardare un film bello. La mia solita voglia di vedere un film realizzato da un cinefilo che studia ogni particolare nei dettagli.

Quindi leggo il programma del cinema Anteo di Milano e scopro con piacere che proiettano il lungometraggio che ha vinto il Premio della Giuria del Festival di Cannes 2011. C’era una volta in Anatolia. Perfetto.

C’è da sapere che il cinema Anteo è un multisala non troppo grande, studiato apposta per un pubblico appassionato di film, dotato perfino di enoteca con proposte di vino associate alle pellicole. Nello spazio bar c’è addirittura una parete piena zeppa di foto dedicate ai grandi divi alle prese con calici,braci, drink e padelle. Ovviamente Tognazzi troneggia. Insomma, la bellezza della dolce vita.

Va beh, sta di fatto che entro in sala, sola. Ed essendo sola presto attenzione ai discorsi di chi sta accanto a me, pronto per la proiezione. Ci si aspetta tanto da questo film. Ascolto i sussurri nelle orecchie e mi pare di captare la frase “la critica l’ha definito bellissimo”. Speriamo sia così.

Fine del film. Caspita, quella persona aveva ragione, e la sua bramosità nel vederlo è stata pienamente appagata. Almeno, così penso io: due ore e mezza di pura arte visiva. Quadri che penetrano gli occhi, fotografia assolutamente eccezionale. Un film medio-mediterraneo, sui giorni nostri e con i nostri problemi, soprattutto. Un omaggio al sommo Leone, sì, forse, dal titolo.

La sceneggiatura poi, a mio modesto parere, è veramente originale. È un thriller al contrario, in quanto l’assassino ci viene mostrato dopo due minuti dal calcio d’inizio. In realtà è un percorso durante il quale si srotola un profilo psicologico ricostruito attraverso tre sguardi differenti. Questo Nuri Bilge Ceylan è, oltre che un bravo regista, un grande autore. Si scoprono lentamente le personalità dei soggetti analizzati attraverso la camera, personalità profonde e scavate da un passato poco chiaro. Anello di congiunzione la storia di una donna che ha preso l’ultimo appuntamento con il destino. In questo modo ha deciso quando respirare per l’ultima volta.

Accese le luci e passati i titoli di coda mi guardo intorno e osservo incredula gli sbadigli degli spettatori, i quali, intuiscono, sono coralmente rimasti delusi.

E allora, che cosa sta succedendo? Qui mi permetto di citare un editoriale pubblicato qualche settimana dal critico cinematografico Roy Menarini, nel quale criticava lo stato di involuzione del cinema, ed in particolare dei Festival (il riferimento, in realtà, va all’ultima edizione di Cannes 2012). “Non credo sia colpa del cinema in sé, come se fossimo di fronte a un generale stato di casuale involuzione. Credo che le rivoluzioni mediatiche e socio storiche di questi anni abbiano via via sottratto terreno al mezzo cinematografico per come lo si è sempre immaginato”. Ovviamente, ha perfettamente ragione. Ma che cosa ci si aspetta più dal cinema? Una volta che sullo schermo viene proiettato un film degno del concetto di stile, perché lo si sdegna? È forse morta l’arte della macchina da presa maneggiata da una mano indipendente e autentica?

Questo è il caso di un film che dilata i tempi, questo sì. Ma in che modo? L’assassinio è solo un contorno rispetto alla profondità di tutto il resto. La storia non è costruita secondo i canoni classici. È un approfondimento di tanti aspetti della vita degli altri che non prendiamo più in considerazione.

C’è da dirlo, siamo diventati superficiali. Non ci interessiamo più di tutte le sfaccettature degli eventi, delle cose, delle persone. Siamo diventati intoccabili. Sta morendo la nostra curiosità. Sta morendo la nostra passione, perché essa non riesce più a comunicare con le nostre emozioni. Diciamo la verità. Stiamo un po’ morendo anche noi.

Annamaria Imperiale