|Letteratura| Amori d’altri tempi


Anche il disprezzo è dolce se lo diciamo in francese. Brigitte Bardot lo dice con quel musino imbronciato, je te meprise, e con fredda indifferenza verso colui che è suo marito nel film Il disprezzo, di Jean-Luc Godard. La bellezza della Bardot, il cameo di Fritz Lang che interpreta sé stesso, l’ambientazione nella suggestiva Villa Malaparte a Capri, sono solo alcuni degli elementi che rendono questo film un vero e proprio capolavoro di poesia e suggestione. Il film è tratto da un superbo romanzo omonimo di Alberto Moravia che racconta la fine di un amore, in particolar modo l’amore coniugale di Riccardo ed Emilia, una giovane coppia che vive nella Roma degli anni ‘50. Riccardo ci parla del suo lavoro, di sua moglie, dei rapporti con lei, e di tutta una serie di osservazioni dettagliate e precise che tendono a scandagliare il cervello umano, le sue trappole e i suoi labirintici inganni. Per questo motivo, può sembrare un romanzo fortemente psicologico, decisamente introspettivo, eppure in un senso né individuale né sociale, bensì ad un livello superiore, universale ed esistenzialista. Riccardo racconta le sue sensazioni e percezioni con una razionalità nitida e pulita, sia a livello concettuale sia stilistico, rendendo il libro scorrevole e mai pesante o intricato, nonostante si addentri in processi psicologici alquanto complessi. Il centro delle lunghe riflessioni di Riccardo gravita attorno ai rapporti, ormai in declino, con sua moglie Emilia, e questo lungo e ininterrotto flusso di pensieri scaturisce in particolar modo dall’affermazione, schietta e diretta da parte di Emilia, del suo disamore per il marito. Ad Emilia sono dedicate le parole più dolci del romanzo, è descritta dal marito come una donna dal carattere semplice, la sua bellezza è altrettanto evidente e autentica, e tanto più coinvolgente quanto più Emilia ne è totalmente inconsapevole. È una donna amorevole, fedele, devota al suo uomo, finché, ad un tratto, si presenta totalmente diversa agli occhi di Riccardo: è scostante, reagisce con indifferenza ai problemi che turbano il marito, con estrema freddezza gli confessa di non amarlo più, di disprezzarlo addirittura. Di qui in poi il racconto diventa un’indagine introspettiva alla ricerca dell’evento che ha cambiato i rapporti tra una coppia apparentemente perfetta. A questo punto, anche noi lettori vogliamo sapere cosa farà Riccardo per scoprire perché sua moglie non lo ama più e, soprattutto, per riconquistarla. In realtà non molto, sembra. Da parte sua c’è ben poca azione e molta più riflessione, sembra quasi essere una specie di “inetto”, che si lascia travolgere dagli eventi, i quali cambiano la sua vita senza che lui riesca a padroneggiarli. Il lettore parteggia per lui per gran parte del racconto, aspetta che lui metta in opera i propositi di cui via via si convince, lo sprona e lo incita a risolvere l’incastro senza uscita in cui si è imbattuto, ma alla fine l’intreccio si scioglierà da solo, senza il suo contributo, e Riccardo si troverà, suo malgrado, liberato dalla trappola in cui annaspava. Forse è proprio a causa delle sue mancate azioni e reazioni che Emilia lo disprezza, che lo considera non abbastanza “uomo”.

“Ma cosa vuol dire essere uomo?”, se non avere la forza di dare una svolta decisiva alla propria vita, avere il coraggio di prendere delle decisioni cruciali?

Ancora una volta, Moravia riesce a toccare temi come l’amore, la sofferenza, l’insoddisfazione e la complessità dei rapporti umani, con una delicatezza e maestria difficilmente eguagliabili.

 Roberta De Michele