|W&W| Le loro idee camminano sulle nostre gambe


Di certi argomenti non si vorrebbe mai parlare, perché vorrebbe dire che non sono mai accaduti. E invece accadono, e quando accadono lasciano dentro ferite profonde. Gettano sgomento tra la brava gente, tra gli uomini onesti dello Stato e, soprattutto, tra i familiari delle vittime. Di Giovanni Falcone e di Paolo Borsellino, avremmo voluto che non se ne parlasse mai come eroi. Perché questo voleva dire che la mafia li aveva risparmiati. Avremmo voluto parlare di loro, poterli intervistare, come di due funzionari della giustizia che ancora combattono contro la mafia con rigore. Ma di loro, oggi, dobbiamo parlare come di eroi, perché tali erano Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Domani, 23 Maggio, ricorre l’anniversario della morte del magistrato Falcone, ucciso da Cosa Nostra, all’età di 53 anni, nell’attentato di Capaci. Ed insieme a lui persero la vita anche la moglie, Francesca Morvillo, e gli uomini della scorta: Vito Schifani, Rocco Dicillo ed Antonio Montinaro. Ricordare è un atto doveroso, non solo nei confronti di chi ha perso la vita per servire lo Stato ed i cittadini, ma anche nei confronti dei familiari: di tutte quelle mogli private dei loro mariti, le madri dei figli ed i figli dei padri. E’ un atto doveroso per rinfrescarci la mente e fortificare la coscienza: la mafia uccide tutti, anche chi è ancora in vita. E’ una stagione di forti contrasti, quella che si vive nella primavera del 1992, in Sicilia ma non solo. Da una parte ci sono i cittadini onesti, i giudici devoti, lo Stato con la “s” maiuscola. Dall’altra, invece, c’è la mafia, la corruzione, le tangenti, i morti ammazzati e una falange occulta dello stato (quello con la “s” minuscola) che sembra un organismo complementare alla macchina mafiosa. Falcone alla moglie disse: “Anche se chi mi ucciderà materialmente sarà mafioso, sarà stato qualcun altro ad ordinarglielo…”. E’ lo Stato che si affaccia in Sicilia, e non lo fa attraverso le vie ordinarie, nitide, istituzionali. Lo Stato lì è giunto passando per un’entrata secondaria, protetta e discreta. Giovanni Falcone e Paolo Borsellino intuirono quest’ambigua frequentazione ed intuirono anche, non senza gravi ripercussioni personali, la necessità che la mafia aveva di unirsi alla politica, al mondo dell’imprenditoria ed alle istituzioni. Una macchina criminale del genere, dopo decenni di attività sul territorio locale, aveva accumulato illecitamente un’enormità di beni e di denaro. Ora, quelle ricchezze sporche di sangue andavano investite in attività lecite o para lecite. Ed è qui che le orme della mafia si mischiano con quelle della politica. Appalti, tangenti e corruzioni, in un Italia che, se al sud è flagellata dalle mafie, al nord, negli stessi mesi, viene scossa dall’inchiesta Tangentopoli, condotta dal sostituto procuratore Antonio Di Pietro. Da Palermo a Milano, il Paese sembra svelare una realtà diversa da quella che i comuni cittadini immaginavano. Molti personaggi coinvolti, spinti soprattutto dalla paura, iniziano a parlare. Al sud, con i collaboratori di giustizia, si scoprono le dinamiche interne alla “cupola” ; al nord, con imprenditori e politici, si ricostruisce il meccanismo delle tangenti e degli appalti illeciti. In qualche modo, lo Stato è sempre dietro questi eventi. E’ lo Stato integro che lotta contro lo stato malato a segnare una delle pagine più nere della nostra storia. Ma “è arrivato il tritolo per il giudice”, ed il giudice Giovanni Falcone ne è a conoscenza. Ma a saperlo non è solo lui: ne è a conoscenza il suo fidato amico e collega Paolo Borsellino, ma anche il sindaco della città di Palermo, Vito Ciancimino. Giovanni Falcone e la moglie sono di ritorno da Roma, ed atterrano all’Aeroporto Punta Raisi (oggi Aeroporto Falcone-Borsellino). Atterrati, salgono subito in auto, monitorati dalla scorta. L’ultimo ricordo è fisso ed indelebile sull’Autostrada A29, quella che dall’aeroporto conduce fino a Palermo. Ci volevano 500Kg di tritolo per fare il lavoro come si deve, per dilaniare i corpi, far saltare in aria le auto e la scorta. Ci voleva tutto quel tritolo per lasciare un cratere enorme nell’asfalto, o in quello che ne resta dell’asfalto. Ci voleva un atto eclatante per mettere paura alla gente, a chi collaborava con la giustizia, a chi denunciava ed a chi si opponeva. Ma la verità e la memoria non saltano in aria con le bombe: sono più tenaci. Ci volevano 500Kg di tritolo per uccidere, ma non sono bastati per farci dimenticare. “Falcone e Borsellino non li hanno uccisi. Le loro idee camminano sulle nostre gambe”.

 Giulio Marotta