|CINEMA| Il gusto del dominio. “Hunger”, di Steve McQueen


 

Ho detto chiaramente che una Irlanda unita era una soluzione. Inaccettabile. Una seconda soluzione era una confederazione di due stati. Inaccettabile. Una terza soluzione era un’autorità comune. Inaccettabile. Questa è una sovranità in deroga.” (Margaret Tatcher, 19 novembre 1984). –Irlanda del Nord, 1981. Carcere di Long Kash.

Blocco di Maze. All’interno di esso vengono rinchiusi i rappresentanti dell’IRA in lotta contro la presenza britannica nel proprio Paese. I detenuti, guidati da Bobby Sands, giungono alla conclusione che la blanket protest e la dirty protest non porteranno all’ottenimento dello status di prigionieri politici. Hanno bisogno di un’idea molto più convincente e più drastica. Così, da un vortice di melma e da olezzanti rigagnoli, il 1° marzo prende vita uno sciopero della fame, con lo scopo di catturare l’attenzione del popolo e addolcire la pillola del primo ministro. Con tre anni di anticipo, siamo al cospetto di una risposta filmica all’interpretazione da Oscar di Meryl Streep, che non parte dalle stanze dorate dei suntuosi palazzi inglesi, ma dalle dannate celle di carcerati in rivolta. Opinione di direzione ostinata e contraria, socialmente bassa, ma degna della Camera d’Oro di Cannes nel 2008. Il film, stilisticamente dirompente, è il punto di vista di un regista, Steve McQueen, per la prima volta alle prese con un lungometraggio. L’effetto è di pregna importanza per una rivisitazione storica e, stranamente, poco patriottica. La fame sfrutta, per la quasi totale lunghezza del film, un punto di vista “basso”: la camera è rivolta verso l’alto, posizionata al di sotto dello sguardo degli attori. Il nostro occhio soffre quest’enfatizzazione di claustrofobia, che già viene emanata dalla misura eccessivamente stretta delle celle e dai riccamente conditi fetori, al nostro sguardo stomachevoli. La profondità di campo viene sfuocata dall’attenzione dell’autore per i dettagli, soprattutto cromatici. La trama del film è spezzata in due blocchi narrativi. La seconda parte è interamente dedicata al degrado del corpo umano, durante il quale Michael Fassbender eccelle di bravura. A livelli impressionanti. Ma è il primo blocco che interessa, almeno in questa sede. Cos’è che porta l’intelletto a prendere posizione contro un sistema di idee sbagliate, ma comunemente condivise? Stiamo parlando di virtù, incompatibili con sentimenti che per esse vengono abbandonati. No alle emozioni, sì alle ragioni. Diventiamo stranieri di noi stessi, a volte, per far trionfare le nostre fottutamente giuste idee. McQueen schiaccia questo pensiero sullo schermo, così come fa con il cibo sulle pareti di uno spazio troppo stretto per la libertà e per l’importanza di un appellativo. Che ha un intenso valore per chi lo indossa e troppo poco per chi lo rinnega. L’apice del significato sta nel piano sequenza, perno dell’intera pellicola, olio su tela d’incompatibilità. Sapete a cosa alludeva Van Gogh dipingendo i campi di grano? Ai corvi in volo, supponiamo.

Annamaria Imperiale