|LETTERATURA| La strada è vita


 “Poi venne la primavera, l’epoca dei viaggi per eccellenza…”

Nella mia vita c’è stato un libro che è arrivato così, sconvolgente e necessario come la primavera, a portarmi verso nuovi livelli di consapevolezza.

Non l’avrei mai detto, proprio uno di quei libri in edizione tascabile con la copertina spessa e le pagine dense, una copertina di scarso senso estetico, con i titoli impressi in rilievo e l’immancabile festone dorato appiccicato a caso per esibire il prezzo di sole “lire 5900”. Diamine, deve avermi fatto tanta tenerezza se gli ho dato una chance nonostante tutto ciò! Tanto si sa, qualsiasi cosa ci aspettiamo da un libro, lui finirà per portarci inevitabilmente da tutt’altra parte.

Io non mi aspettavo molto, immersa nel tedio della città semivuota al principio dell’estate dei miei sedici anni, e mi ritrovai a viaggiare su e giù per l’America degli anni ’40, del bebop e della nascente beat generation, unico bagaglio che portavo era un vecchio walkman che suonava Californication dei Red Hot Chili Peppers.

Provate ad ascoltare Road trippin’ e chiedetevi se non è stata scritta proprio per il viaggio On the road di Sal Paradise, alias Jack Kerouac.

It’s time to live this town / It’s time to steal away / Let’s go get lost / Anywhere in the U.S.A.”

E’ una canzone malinconica e dolce, come io immagino che sia guidare una vecchia Hudson verso la California nella luce calda del tramonto.
Tutta la narrazione ha questo sapore ambivalente di entusiasmo e tristezza, un sapore di intensa libertà con un retrogusto di profonda amarezza.
Le pagine sono pervase dallo slancio giovanile di Sal e dei suoi amici, un branco di pazzi, di quelli
vogliosi di ogni cosa allo stesso tempo, quelli che mai sbadigliano o dicono un luogo commune, ma bruciano, bruciano, bruciano

E’ una gioventù bruciata dall’acceso desiderio di una vita intensa e anti conformista, senza responsabilità, ai confini della società in cui sembra non esserci posto per questi “pazzi”, o di cui loro non vogliono far parte.
Vivono una vita letteramente “sulla strada”, nomadi affamati di avventura e di conoscenza, smaniosi di perdersi nella sterminata terra americana, dal selvaggio West a New York, alla ricerca di qualcosa che non si sa cosa sia, ma è lì da qualche parte, alla fine del viaggio.
Si parte in cerca di fortuna, con l’ingenua convinzione che ci sia un posto laggiù dove far soldi, e belle ragazze da baciare sotto le stelle, ma tanto è l’entusiasmo che avvolge la partenza, tanta sarà la desolazione nel vedere infrangersi il sogno americano. Perciò il viaggio è anche metafora di ribellione, di rigetto dell’ideale borghese, della vita perfettamente costruita, dell’avere una casa e un lavoro, avere rispettabilità e ferie a Natale.
Infine, il viaggio è anche crescita, scoperta di sè. Lo stile è diretto e semplice, serve a raccontare gli eventi così come si succedono, e le emozioni dei personaggi che li vivono, che siano la frenesia della partenza, la frustrazione dell’attesa, il dolore del lungo cammino, o gli effetti della benzedrina. Tutto ci giunge filtrato attraverso i sensi di Sal, e allo stesso tempo diventa un sentimento universale e nostalgico. Tutti con le sue stesse speranze e desideri:

Una macchina veloce, l’orizzonte lontano, e una donna da amare alla fine della strada.” 

Roberta De Michele