|ARTE| La sottile realtà dello sfumato (necessità di evasione)


Decido di andare a Thaiti per finire la mia esistenza. Credo che la mia arte, che voi ammirate tanto, non sia che un germoglio, e spero di poterla coltivare laggiù per me stesso allo stato primitivo e selvaggio. Per far questo mi occorre la calma: che me ne importa della gloria di fronte agli altri! Per questo mondo Gauguin sarà finito, non si vedrà più niente di lui”.

Queste le parole di un uomo che sin dai primi anni della sua giovinezza aveva una grande esigenza: viaggiare. Esigenza associata in un secondo momento all’espressione artistica che lo accompagnerà fino alla morte e lo renderà uno dei più grandi pittori del periodo post-impressionista.

Era il 2008 quando lo conobbi, a Vienna. Era primavera e mi ritrovai in un museo, un po’ per caso, un po’ per curiosità, e li fui folgorata. Una strana luce mi si presentò innanzi, una luce compatta, calda e misteriosa. Ed era la luce di un pittore che conoscevo poco, ma che ho imparato ad amare pian piano. Paul Gauguin affronta la sua tela con passione, le pennellate appaiono pastose e ricche di colore, un colore puro, poco sfumato che crea delle immagini definite a volte quasi plastiche ma poco reali, frutto di un elaborazione mentale. Lui era solito dipingere una scena dopo averla vista, sfruttando solo la memoriae questo gli permetteva di semplificare le sensazioni e ridurre i particolari: ecco l’espressione di una forma sintetica, perché appositamente semplificata. Si nota anche come egli,inizialmente, rinuncia ai colori complementari, perché nella loro fusione si crea una sfumatura che lega l’immagine a una totale realtà. Quando si osserva una sua tela, soprattutto quelle che lui dipinge a Thaiti si nota come ci sia una necessità di evasione. Evasione dal concreto benestare di una vita occidentale, che troppo forse lo opprimeva. La sua esigenza di migrare in terre sconosciute lo eccita e lo aiuta ad esprimere al meglio la sua arte, come una droga, un’esigenza estrema di fuga verso l’ignoto. Esalta la donna, esalta l’amore e la terra, tutti elementi primari di vita. Amante, e creatore di immagini, di animo un po’ selvaggio, direi quasi primitivo. Così si lascia andare, e vediamo che quella durezza iniziale, quella non sfumatura ora si trasforma, il viaggio lo ha rilassato al tal punto da permettergli di apprezzare anche la sottile realtà che si cela nello sfumato; e in una delle sue opere più affascinanti, Vahine no te tiare (Donna col fiore), si nota il suo amore verso la bellezza squadrata delle donne polinesiane e il profumo magico del loro colore. Tutto diventa più concreto, nulla è più astratto, la potenza del colore brillante e puro rimane, ma esso viene accompagnato adesso dall’eleganza della forma e delle pennellate morbide. La civiltà lo sta lentamente abbandonando. Il suo pensiero diventava semplice e, come un bambino, inizia quasi a non avere più odio per il prossimo, anzi impara ad amarlo.

Sfuggo alla fatica, penetro nella natura: con la certezza di un domani uguale al presente, così libero, così bello, la pace discende in me; mi evolvo normalmente e non ho più vane preoccupazioni”.

Il bisogno di evasione e di fuga, non sempre è sinonimo di debolezza, anzi spesso può essere una rinascita. Gauguin ne è un esempio lampante. La nostra terra natia ci ha creati liberi di fuggire e quando la fuga fisica da spazio a quella mentale ecco che il pittore diventa artista e la sua elegante mano crea una sinfonia.

Federica Amatuccio