|TECH| Il mio robot sta piangendo!


Nell’immaginario collettivo è sempre stata fonte di dibattiti e di divisione, sia per una tradizione religiosa che demonizzava chi voleva sostituire Dio nella creazione delle specie viventi, e sia per chi, invece, riteneva pericoloso lo sviluppo di questa tecnologia per lo stesso genere umano: l’intelligenza artificiale. In effetti, sin dal 1956, quando venne coniato il termine di A.I. (Artificial Intelligence), alcuni si sono posti il problema di quanto potessero risultare davvero utili dei Cyborg all’interno di una società. Addirittura molti erano scettici per via di un ipotetico sovra sviluppo di queste “macchine”, il quale sarebbe potuto ipoteticamente sfociare nella sottomissione del genere umano, relegandolo così a specie inferiore. Queste paure, queste curiosità, queste immagini futuristiche sono state spesso trame di libri, saggi o pellicole cinematografiche, ma è all’interno della ristretta famiglia scientifica che si è riscontrata ovviamente la maggior attenzione, che ha portato in soli sessant’anni a compiere passi da gigante. Basti pensare alle prime introduzioni di macchinari robotizzati nelle industrie, impiegati per sostituire gli operai nei lavori più precisi o faticosi, fino ad arrivare ai primi androidi utilizzati dagli eserciti per l’addestramento militare. C’è stato poi un massiccio incremento, nel giro di una decina d’anni, dell’intelligenza artificiale nei videogame (ormai passati tutti da arcade a simulazione della realtà, con ragionamenti e movimenti vicini alla perfezione), fino ad arrivare ad oggi, quando nella terra del Sol levante si sono introdotti i primi cyborg per eliminare la prostituzione femminile o ancora, e questo accade in USA, con l’IBM che sta cercando di simulare un cervello umano con un super computer. Progetto che per ora è riuscito a simulare il funzionamento del cervello di un gatto, grazie a 24.576 processori Power(PC) (corrispondenti a circa il 4,5 per cento delle connessioni di un cervello umano). Big Blue: è cosi che si chiama il super computer, che ora è in grado di replicare qualcosa come un miliardo di neuroni e dieci milioni di miliardi di sinapsi (per arrivare a simulare i 20 miliardi di neuroni e i duecento milioni di miliardi di sinapsi del cervello occorreranno circa 880mila processori) e l’ IBM conta di poter raggiungere l’ambizioso obiettivo entro il 2019, anno in cui imemristoridovrebbero creare una vera intelligenza artificiale contenuta all’interno di un super computer con caratteristiche di funzionamento più analogiche che digitali. Ma la domanda allora è: “Qualora si arrivasse a riprodurre fedelmente con una mente artificiale il numero di calcoli di un cervello umano, esso sarebbe davvero come un cervello biologico? Un cyborg avrebbe davvero le sembianze di un uomo in tutto e per tutto? Avrebbe quindi sogni, istinto, speranze e sentimenti?”. Ed inoltre: “Questo sarebbe un traguardo o un tragico evento per la popolazione umana?”. Certamente lo scenario è avvincente e neanche troppo lontano. Bisognerà quindi iniziare a prepararsi ad affrontare quello che potrebbe entrare presto nelle nostre case e nella nostra quotidianità. Per questo sarebbe necessario capire a priori se davvero la presenza di una possibile “umanità” sia qualcosa di positivo, di producente e di sicuro. Oppure se, alla fine di tutto, sia meglio che questa nuova specie sulla Terra rimanga incompleta della nostra caratterista principale, la stessa che ci ha sempre differenziati dalle restanti creature.

Angelo Zaccagnino