|CINEMA| Il primo uomo. Capitolo uno.


Chi è il primo uomo? Chi detiene il privilegio? E se fossimo noi, per ciascuno di noi, le prime persone che, aprendo gli occhi, videro le luci del mondo? Ognuno è autore delle proprie mappe cognitive… almeno penso. Se studiamo la cartina stradale di Albert Camus, troviamo segnata in rosso una data, quella del 1960: data di morte in un incidente stradale. Ma c’è un però. A bordo della sua Facel Vega, lo scrittore ha lasciato alle generazioni successive un compito ingrato: quello di poter interpretare il suo ultimo manoscritto che, per l’appunto, s’intitola Il primo uomo. Romanzo incompleto. Da un paio di settimane circola nelle sale la trasposizione cinematografica di esso, effettuata da Gianni Amelio, il regista de Il ladro di bambini e di Lamerica. Sarò sincera: il romanzo non l’ho letto, per cui non posso avvalermi della facoltà di esprimermi sulla questione dell’adattamento. Ma posso espormi su quanto questa pellicola valga, a più di mezzo secolo di distanza, in contesti politici pressoché simili. Lo scrittore Jean Cormery ritorna nel suo paese natale in piena guerriglia negli anni Cinquanta, quando l’Algeria è in aperta lotta contro il suo colonizzatore per recuperare la propria indipendenza. Le bombe che sentiamo esplodere sugli autobus ci riportano subito alle immagini che osserviamo, tenendoci distanti, ogni giorno. Cormery è un uomo che sogna ad occhi aperti: a suo dotto parere i due popoli potrebbero raggiungere la perfezione solo con la pacifica e reciproca convivenza. Ma l’uomo non è mai completo, la sua esistenza è nel divenire. In più, chi scrive non è mai all’altezza di chi muore. E gli abitanti della Casbah stanno realizzando il proprio sogno: la totale libertà. Neanche l’intreccio ben strutturato per mostrarci le due diverse vite di Cormery riesce a completare le aspirazioni di vittoria bramate da quest’individuo. Fin da piccolo egli si sente diverso da tutti gli altri bambini; si estranea dal gruppo per studiare; vuole capire. Da adulto, invece, si volta e ripercorre i passi già compiuti per procedere a ritroso: ricerca vecchie conoscenze per spiegare, sicuramente più a se stesso che ad altri, che quel Paese è parte di lui. La sensazione è quella che la disperata ricerca di appagamento dei sensi, appagamento agognato per una vita intera, venga finalmente conseguita nella veneranda terza età. La pacifica figura della madre ne è l’esempio. Lo stile di Amelio è asciutto ed esteticamente raffinato. Il regista si riporta nell’olimpo italiano dei nomi che valgono. Efficace come non mai il primo piano, studiato in dettaglio. I volti si caricano di tutto lo studio sul personaggio e risultano ritratti essenziali. Il primo uomo è un punto di vista della grande Storia, proprio quella con la “s” maiuscola. Ed è solo il primo di un’infinita varietà di visioni. Amelio sembra intenzionato a raccontare il primo capitolo di un racconto che si conclude con La battaglia di Algeri. E nonostante cambi nettamente la lente attraverso la quale passa la narrazione, bisogna guardare, per capire.

Annamaria Imperiale