Abbiamo paura e ce lo si legge negli occhi


Quando Kundera scrisse che –l’origine della paura è nel futuro- molti di noi non riuscirono a percepire l’essenza di quelle parole. Perché è vero che ogni millennio, secolo o decennio che sia, ha in sé una prospettiva incerta e vaga del futuro, ma è anche vero che i popoli, le comunità ed i singoli uomini, hanno sempre cercato di reagire agli eventi che li percuotevano. Per esempio, per chi non ha vissuto la prima guerra mondiale oppure il periodo fascista, restano comunque vive le testimonianze di lotta, di risposta e di rinascita che le persone hanno edificato per contrastare la storia, la paura e l’incertezza del futuro. Eppure in passato, a guardar bene, si partiva da una condizione economica decisamente più miserabile. Ma allora, che cosa è cambiato? Cosa ci spinge a separarci nelle difficoltà, piuttosto che a riunirci? Quelle donne e quegli uomini, anche se in una condizione di maggiore povertà, avevano dalla loro parte i legami forti, quelli della gente verace e delle passioni genuine. Il tempo che noi elargiamo alla Tv, loro lo imprimevano nella vita, perché la forza per reagire alla paura è rintracciabile unicamente nel presente, nei valori umani e nei legami puri. Sempre Milan Kundera, continua così il suo pensiero: “L’origine della paura è nel futuro e chi si è affrancato dal futuro non ha più nulla da temere”. La reazione richiede una forza endogena che noi abbiamo lentamente sedato con il benessere economico, la crescita monetaria, l’impoverimento della cultura (si badi bene, qui si parla di cultura, non di istruzione) e l’egoistica affermazione dei poteri forti. Abbiamo esaltato gli imprenditori, dimenticando che in fin dei conti eravamo un popolo di operai. Abbiamo trasferito la dignità del lavoro nel fruscio delle banconote. Ed è così che oggi aprire un giornale è come leggere un necrologio di cento pagine. Cento pagine sporche di sangue. Non trovando più la coesione umana che una società dovrebbe garantire ai suoi membri, gli uomini dilagano nella follia e nella disperazione, diventano predatori dei loro stessi simili, anch’essi poveri e disperati almeno quanto i primi. Morti impiccati, sparati alla tempia oppure bruciati vivi, non importa. Importa il fatto che, oggi, un istituto di credito possa decidere di concederti un prestito oppure no, dilazionarti il debito o meno e che così possa implicitamente decidere se continuerai a vivere o se la tua unica via d’uscita sarà la morte. Continuando in questa direzione, in un futuro non molto lontano troveremo le lapidi dei nostri cimiteri cosparse di conti dello Stato: “Mario Rossi, nato a Crotone il 4 Maggio 2019 – morto a Pavia il 7 Luglio 2070 – Debito con lo Stato €10.000”. Se un uomo di 60anni ha paura del futuro così fortemente da rinunciare alla propria vita, ai propri affetti ed a tutto ciò che con sacrificio ha costruito, pensate quanta paura può avere un’intera generazione di giovani. Non riusciamo ad affrancarci dal futuro, perché persino il presente ci sfugge dalle mani. Abbiamo paura e ce lo si legge negli occhi.

Giulio Marotta