|LETTERATURA| All’alba


Ogni notte moriamo un po’. Ci perdiamo nelle pieghe scure del buio, corriamo a perdifiato verso i nostri sogni più profondi, per finire inciampando in grovigli di pensieri viscosi e irrazionali. La notte è la piccola dose d’inferno che spetta alle nostre anime, cui ci abbandoniamo con rassegnazione e incoscienza, con la sola speranza di una nuova alba di rinascita e redenzione. La notte è tempesta in cui vaghiamo sperduti, battelli ubriachi sul dorso delle onde, e la schiuma rabbiosa frigge sulla chiglia della nostra barca come le fiamme scoppiettano divorando i corpi ardenti dei condannati alle pene eterne. La Nuit de l’enfer di Rimbaud è una notte maledetta dallo stupefacente veleno che il poeta ha bevuto, e che lo scaraventa direttamente nelle mani di Satana:

 Ho inghiottito una formidabile sorsata di veleno. – Sia tre volte benedetto il consiglio che mi è giunto! – Le viscere mi bruciano. La violenza del veleno mi torce le membra, mi rende deforme, mi schianta. Muoio di sete, soffoco, non posso gridare.

 È una notte di crisi, pervasa da dubbi e rinnegazioni; Rimbaud ha diciannove anni quando scrive Una stagione all’inferno, ed è già il poeta della rivolta: contro la società, contro la religione, contro la morale. Dalla primavera all’autunno del 1873, solo il tempo di una furiosa estate, solo una stagione, per comporre uno dei suoi più grandi capolavori. In questo stesso periodo un colpo di pistola mette fine alla scandalosa relazione con Verlaine. Scoppia un lampo, arriva il Mattino, e Rimbaud dichiara la fine della narrazione del “suo” inferno. C’était bien l’enfer, “era proprio l’inferno” – dice – ma il peggio è passato, sembra. Il poeta si risveglia come da un lungo sogno, eppure i suoi occhi sono stanchi, le sue membra deboli, e la luce del sole è solo un flebile spiraglio:

 Quando andremo, al di là dei lidi e dei monti, a salutare la nascita del nuovo lavoro, la saggezza nuova, la fuga dei tiranni e dei demoni, la fine della superstizione, ad adorare – per primi! – Natale sulla terra!

E’ un’alba mistica per il poeta-veggente che, dopo una notte di sregolatezze e viaggi nell’ignoto, si prepara a proclamare le sue visioni. Il chiarore subitaneo del mattino ferisce i suoi occhi debilitati, e pesa sulle sue spalle esauste l’aria gravida di speranze ancora lontane dal realizzarsi. E’ un’alba straziante che sopraggiunge dopo un lungo travaglio, è il doloroso parto che dà alla luce la poesia, quintessenza delle sofferenze, degli amori, della follia del poeta, distillata in una prosa lirica che ha la potenza di una folgorazione, del sole che nasce e grida “C’est la vie encore!”, è ancora la vita!

 Abbiamo letto insieme: Notte dell’inferno e Mattino, tratti da Una stagione all’inferno di Arthur Rimbaud.

Roberta De Michele