|ARTE| Dalla forma ideale al non finito (ottantanove anni di perfezione)


Michelangelo: uno spirito inviato in terra da Dio per mostrare la perfezione dell’arte in tutti i suoi aspetti”. Questa è la definizione che il Vasari dà di uno dei più grandi artisti di tutti i tempi: Michelangelo Buonarroti. La materia viene magicamente plasmata attraverso le sue mani, che curano ogni particolare, dando potenza ad ogni centimetro. Il lavoro di Michelangelo è un lavoro che si svolge in un lungo periodo di tempo, l’artista muore all’età di ottantanove anni, e nella sua lunga e tortuosa vita vediamo l’evolversi di un pensiero geniale che passa dalla perfezione più assoluta del dettaglio, fino a giungere al “non finito”. Le ultime opere dell’artista sono così definite ed è proprio in queste che si evince l’estremo tormento interiore ed il raggiungimento massimo del suo pensiero. Egli credeva che l’opera d’arte fosse già viva ed esistente nella materia e che il compito dell’artista consistesse nell’eliminare la parte in eccesso per dar spazio a qualcosa che era soffocato dal superfluo: qui l’eterno conflitto, l’eterna diatriba tra forma e materia, tra anima e corpo. Ecco che il tormento assale anche il genio ed è ciò che forse rende veramente uniche opere come queste. Nel non finito di Michelangelo si nasconde un’incredibile potenza poetica che circonda questi marmi di magia. Nell’osservarli, si vede come i corpi abbozzati tentino di staccarsi, a volte quasi con violenza, dalla massa di marmo che li tiene incastrati, intrappolati e imprigionati. In opere come Lo Schiavo Atlante, realizzata intorno al 1525-1535, mi sono sentita assalitada oppressione, ed a differenza dei suoi famosi capolavori come La Pietà o il David, che nel loro splendore ti catturano per l’incredibile perfezione, qui l’inquietudine e la malinconia prendono il sopravvento e ti colpiscono lasciandoti una sensazione indelebile. Con occhio poco esperto, certe volte non si comprende come mai un uomo di così tanta maestria decida di non completare più un’ opera. Ed allora si sta lì, davanti ad essa, a domandarsi il perché di tale scelta e, ovviamente, mai si trova la risposta. Dalla mia poca esperienza e dal mio piccolo bagaglio culturale, spesso penso che non tutte le cose debbano rispondere alla domanda “Perché?”. A volte la mancanza, l’incompletezza, non hanno un senso: esse si manifestano nella materia senza una spiegazione logica ed è chiaro che, magari, la mente dell’artista che ha deciso di far fermare la sua mano, in quell’attimo preciso, si sia data un perché, ma forse dopo un po’ egli stesso ha capito che era giusto agire così. Però, Michelangelo arriva a non completare le sue opere, consapevolmente, dopo una vita artistica ricca di dettagli. Qui sta il genio. Egli ci parla dell’opera d’arte imprigionata nella materia che ha bisogno dell’uomo per essere viva e perciò sfida l’arte stessa. Non completa le sue opere, non permette al soggetto di esprimersi e così facendo la sua mano a un certo punto ha più potere della scultura. La lascia soffrire, quasi crudelmente, intrappolata in se stessa: lei sarebbe potuta diventare qualcosa di vivo, invece lo è per metà, ed in essa è impressa, indelebilmente, la firma di una potenza umana che lascia la sua essenza anche in una forma apparentemente imperfetta. Sfida il suo io e quello del marmo, lottando continuamente con la sua anima e con quella dell’opera. Il tormento è tangibile, ma forse solo in quelle opere lui ha ritrovato il suo “potere” di uomo, prima troppo oscurato dalla magnificenza della forma ideale. Ecco che la definizione del Vasari prende vita e Michelangelo si trasforma in qualcosa di divino che ci ha posto davanti la perfezione sotto ogni aspetto, anche quello del non finito.

 Federica Amatuccio

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